FRANCESCO TORNESELLO – Editoriale: La complessità e la crisi: i nodi della riabilitazione

Non molti anni fa, solo alla metà degli anni ’90, la riabilitazione psichiatrica viveva il suo momento di gloria.
Non solo in Italia, dove i manicomi, dopo la 180, nel 1994 avevano visto cancellare (vabbè, dalla finanziaria, non da progetti obiettivo, ma non sottilizziamo) il famigerato “residuo manicomiale”, ma un po’ dappertutto.


Con il lavoro di Perris in Svezia, quello di Julian Leff in Inghilterra, di Spivak in Israele, fino alle lontane terre d’Oceania, con Falloon.
Giovandosi dei nuovi farmaci antipsicotici (i famosi atipici) e di un grande revival della psicologia cognitiva, la riabilitazione usciva dal magma indistinto della lotta al manicomio e della politica, elaborando percorsi certi e luminosi, linee guida, e quant’altro.
Ma, poco più di un decennio più tardi, questa specie di luna di miele è finita.
Innanzitutto per l’inaridimento del sostegno economico che il welfare ancora garantiva, poi anche per l’involuzione culturale del concetto di salute mentale.
Non è, infatti, solo a causa della contrazione del finanziamento alle fasce deboli, triste corollario della grande crisi economica dell’occidente, ma anche per uno scollamento tra la mission dei Servizi territoriali e i bisogni dei pazienti che il concetto di riabilitazione è andato in crisi,
Da una parte, infatti, la riabilitazione diviene un processo infinito, eternamente avvolgentesi su stesso, come le galassie.
Dall’altra vengono a galla le insufficienze dei Servizi a confrontarsi con le nuove problematiche.
E quindi, anziché impedire l’eterno arrotolamento, questi ultimi sono attivissimi ad impedire ogni eventuale movimento, altro che nuovo big bang.
Diciamo la verità, oggi i Servizi non sono più dimensionati sui bisogni dell’utenza, ma su quelli degli operatori, e poi, seguendo una scala gerarchica, su quelli del DSM, della ASL, del governo regionale.
Questa rivista riceve molte visite dall’estero: dagli USA al Brasile, dall’Inghilterra alla Turchia, dal Sud Africa alla Colombia, dalla Svizzera al Senegal.
Le persone di questi paesi potranno capire le difficoltà che sto introducendo?
Io spero –e temo- di si; purtroppo anche per il fatto che in questa fase storica non ci sono rose e fiori da nessuna parte.
Magari noi italiani ci mettiamo un po’ di ipocrisia in più, ma su questo tema farò alcune considerazioni nel mio articolo.
Quindi, in questo nuovo numero de La Torre e l’Arca parleremo delle complessità e della crisi della riabilitazione psichiatrica: come al solito, in una notevole diversificazione di letture, di stili, ma non di obiettivi.
Questo numero doveva comprendere quattro articoli: nei primi due Riccardo Zerbetto e Giorgio Rezzonico avrebbero dovuto trattare della complessità di alcuni interventi (quelli tarati sulle nuove criticità, ignorati da leggi e regolamenti, ma terribilmente urgenti nella quotidianità della gente), ma Rezzonico ha avuto alcuni impedimenti pienamente comprensibili.
Mi riservo, eventualmente, di inserire il suo articolo più in là, quando sarà possibile.
Gli altri due articoli sono a firma di Pietro Nigro e mia.
Nigro tratterù  un problema ineludibile: quello dei trattamenti senza fine.
Questo, lo sappiamo tutti, è “la madre di tutti i problemi”: il rischio di rappresentare l’immagine di un fallimento incombente, della negazione simbolica e pratica di un percorso di liberazione, della reincarnazione del vecchio fantasma del manicomio.
Nel mio articolo partirò lì dove termina Nigro, per affrontare il tema del tradimento di una mission, che non era semplice, ma che era senz’altro chiara.
Data la complessità dei problemi trattati –problemi che sono in piena evoluzione, per nulla sedimentati- so bene che questi articoli serviranno a sollevare dubbi e a rafforzare analisi, più che a dare risposte.
Torno allora a fare un invito ai lettori.
So bene che il prestigio degli autori che hanno fin qui pubblicato su la Torre e l’Arca, nonché il notevole livello culturale dei loro scritti, hanno fatto di questa rivista on line un testo di prevalente consultazione.
Non dimenticate però che è nata come blog, e che, anche nell’attuale veste, è aperta al dibattito e al contributo di tutti.
Abbiamo toccato un argomento non solo di particolare sensibilità, ma anche di assoluta incertezza delimitativa e previsionale.
Spero che a qualcuno –o a molti- verrà voglia di fermare i propri pensieri, di confrontarsi con gli altri, di lasciare il segno del proprio lavoro.
Buona lettura.

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Questa voce è stata pubblicata in Francesco Tornesello, Pietro Nigro, Psicopatologia, Riabilitazione psichiatrica, Riccardo Zerbetto, RIVISTA LA TORRE E L'ARCA - N.3 ON-LINE - FEBBRAIO 2011, Schizofrenia e mutamenti sociali e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

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